
di Massimo Franco
Definire «paramafioso» il Csm, come ha fatto Nordio, significa non voler vedere, o fingere di non ricordare, che a presiederlo è il capo dello Stato
Il fatto che il vicepremier Matteo Salvini, leader della Lega, inviti a «evitare aggettivi, attacchi e insulti » e a «parlare del merito» è estremamente significativo. E va sottolineato positivamente. Anche perché Salvini, spesso additato per le sue intemperanze verbali, parla sia al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. È il segno di una preoccupazione diffusa nello stesso governo, per toni che stanno crescendo in modo inaccettabile nella campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
È possibile che l’iniziativa salviniana rifletta il nervosismo di un esecutivo che comincia a temere la rimonta dei sostenitori del «no». D’altronde, lo stesso vicepremier accompagna questa richiesta alla moderazione con il «placet» alla controversa richiesta arrivata dal Guardasigilli a rivelare le fonti di finanziamento dei comitati per il «no» da parte di singoli magistrati. Il tema, tuttavia, va oltre le tensioni crescenti di questi giorni. E fa emergere soprattutto il timore che, per la debolezza dei partiti, lo scontro si sposti sul piano istituzionale.
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