
di Massimo Franco
La domanda obbligata è se i due fronti referendari vogliano davvero promuovere la mobilitazione dell’elettorato
La domanda obbligata è se i due fronti referendari vogliano davvero promuovere la mobilitazione dell’elettorato. Il crescendo di toni estremisti e insulti mentre ci si avvicina alla consultazione sulla giustizia del 22 e 23 marzo prossimi, solleva qualche dubbio. Non è scontato che evocare il brigatismo rosso, come fa il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, additando le ambiguità delle sinistre sulle violenze di piazza, favorirà i «sì». Né che favoriranno il «no» le parole a dir poco gravi del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, per il quale votano «sì» «indagati, imputati, massoneria deviata…»; o l’uso strumentale che il Pd ha fatto delle Olimpiadi invernali.
L’intervista di Gratteri al Corriere della Calabria ha provocato un inevitabile vespaio. Mentre da giorni si insiste sull’esigenza di parlare del referendum sul piano dei contenuti, sta avvenendo esattamente il contrario: dalle parti del governo e dei suoi avversari. Quasi per inerzia, l’appuntamento assume contorni sempre più politici. E forse a Palazzo Chigi qualcuno si starà chiedendo se non sia stato ingenuo pensare che si sarebbe discusso solo di separazione delle carriere tra giudici




