
di Francesco Rosano
Il docente e avvocato spiega le ragioni del suo voto favorevole al referendum sulla giustizia: «Nel testo della riforma non c’è un solo passaggio tecnico che possa accreditare lo scenario di un assoggettamento della magistratura al potere esecutivo o alla politica»
Professor Vittorio Manes, al referendum lei è schierato per il Sì. Qual è la principale ragione per cui condivide la riforma del ministro della Giustizia Nordio?
«La separazione delle carriere, che è uno dei punti centrali della riforma. Con questa innovazione si vuole introdurre una distinzione radicale tra magistratura inquirente e giudicante: il giudice dovrà essere strutturalmente distinto e distante dal pubblico ministero, la cui ipotesi d’accusa potrà e dovrà giudicare finalmente in una posizione di assoluta terzietà. Proprio come un arbitro, che per essere e per apparire imparziale e terzo tra le parti non deve avere alcun rapporto con le squadre in campo. Ciò nella prospettiva, di chiara ispirazione liberale, di assicurare maggiori garanzie ai cittadini, in piena coerenza con il modello accusatorio accolto nel nostro codice di procedura e con i valori del giusto processo e dell’articolo 111 della Costituzione, di cui rappresenta un necessario completamento».
Come risponde a chi sostiene che




