
Il magistrato Costanzo Cea non è certo un uomo che si possa liquidare come un simpatizzante della destra giudiziaria. Per anni iscritto al Pci, cresciuto in una tradizione politica che storicamente ha guardato con diffidenza alla separazione delle carriere, oggi annuncia che al referendum sulla riforma della giustizia voterà “Sì”. Lo fa con una motivazione che pesa più del gesto politico e che richiama insieme Costituzione e storia dell’ordinamento giudiziario italiano. «Se il giudice deve essere davvero terzo», spiega, «non può condividere lo stesso organo di autogoverno con una delle parti del processo».
Ma Cea ricorda anche un dato spesso rimosso nel dibattito pubblico: l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è un principio nato con la Costituzione repubblicana. Al contrario, deriva dall’ordinamento giudiziario del 1941, la riforma voluta dal guardasigilli Dino Grandi nella fase pienamente totalitaria del fascismo, che unificò le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti all’interno dello stesso ordine. Un assetto pensato in un contesto politico in cui il controllo dello Stato sulla giustizia era parte integrante del sistema.
Le radici fasciste dell’ordinamento e la necessità del cambiamento
Per questo, sostiene Cea, la discussione odierna sulla separazione delle carriere non dovrebbe essere letta come una




