
di Massimo Franco
Gli sforzi meritori di entrare nel merito sono sovrastati da calcoli squisitamente politici. E comunque non ci si sottrae alla sensazione di un referendum difficile e parzialmente oscuro
Il ministro Carlo Nordio esprime un’aspettativa diffusa, quando dichiara di sperare «nell’affluenza più alta possibile, tra il 50 e il 60% almeno». Significherebbe dare dignità a una consultazione che toccherà 7 articoli della Costituzione; e che sarebbe valida anche se andasse a votare meno della metà dell’elettorato.
Non solo. La speranza del Guardasigilli, se confermata, mostrerebbe una classe politica in grado di interpretare una voglia di partecipazione frustrata da una campagna referendaria al limite della decenza. In questo, le responsabilità appaiono più o meno equamente distribuite. E il timore che alla fine alle urne vada poca gente rende più acuta l’incertezza su chi potrà prevalere, e più vistoso il nervosismo. Solo che, invece di suggerire moderazione e cautela, l’incognita che grava sul referendum del 22 e 23 marzo sembra contribuire a una regressione dei toni e del linguaggio.
Gli scenari quasi apocalittici che i due schieramenti evocano, ognuno a proprio vantaggio e soprattutto per screditare gli avversari, suonano esagerati. Anche perché contraddicono una narrazione




