
di Federico Rampini
Mbs, come i sovrani delle altre monarchie arabe, teme la ritorsione dei pasdaran
Ha funzionato il freno arabo sulla guerra di Trump. La nuova offensiva Usa contro l’Iran è sospesa. La motivazione ufficiale è ottimista: Teheran avrebbe accettato un’intesa che dovrebbe riaprire Hormuz e porre fine alla minaccia nucleare. Ma fino a ieri sera non c’era una conferma da Teheran. Esiste forse una finestra diplomatica, non ancora una pace.
Il ripensamento di Trump come si spiega? L’offensiva allo studio poteva estendersi alle infrastrutture energetiche, alle centrali elettriche e ad altri nodi vitali della Repubblica islamica. Sarebbe stato il passaggio da una guerra di logoramento a un tentativo di paralizzare l’economia iraniana. Teheran aveva risposto minacciando ritorsioni contro gli impianti petroliferi e le infrastrutture dei Paesi arabi che ospitano forze statunitensi. È lo scenario che ha allarmato le monarchie del Golfo.
Il protagonista più visibile della pressione su Trump è Mohammed bin Salman (Mbs). Il principe saudita gli ha telefonato, ha insistito sulla necessità di privilegiare il dialogo. Suo fratello, il ministro della Difesa Khalid bin Salman, era volato a Washington per incontrare il vicepresidente JD Vance e portare lo stesso messaggio: Riad




