
Con gli Australian Open che si sono conclusi domenica 1° febbraio a Melbourne, la stagione tennistica 2026 è ufficialmente aperta. Aperta, sì. Ma non tanto sul campo, dove si rincorrono rovesci, dritti e smorzate, quanto fuori, nelle stanze ovattate dove il tennis ha smesso da tempo di essere solo uno sport ed è diventato un gigantesco business globale, con la racchetta come spinta motivazionale e il bilancio come vero giudice di linea.
Perché oggi il tennis è sempre più popolare e sempre più elitario. Una contraddizione solo apparente. Da una parte in crescita folle, soprattutto in Italia grazie all’effetto Sinner, giovani che impugnano la racchetta in ogni angolo del Paese e un pubblico televisivo che lievita. Dall’altra un sistema chiuso, quasi dinastico, dove una ristretta casta di organizzatori custodisce le chiavi della cassaforte. Un club esclusivo, dove spiccano gli Slam, i quattro tornei più ricchi e prestigiosi dell’anno: Australian Open, Roland Garros a Parigi, Wimbledon a Londra e Us Open a New York.
Come un rituale liturgico, quattro volte l’anno arriva il comunicato stampa con il montepremi record. È il momento in cui gli Slam si presentano al pubblico con la generosità di un sovrano rinascimentale: guardate quanto siamo ricchi.




