
di Paolo Valentino
Il leader russo sperava in Trump (che però non l’ha «salvato»). E dopo quattro anni di conflitto è prigioniero della logica di guerra
Un recente sondaggio del Vciom, un istituto filogovernativo, ha posto ai russi la seguente domanda: «Siete d’accordo con l’affermazione: “Mi sento responsabile per il mio Paese e sono pronto a risparmiare e limitare i miei bisogni per la causa della sua difesa”?» Il 69% degli intervistati ha risposto di sì. Per quanto in parte manipolato, è il messaggio che Vladimir Putin vuole sentire, nel quarto anniversario della cosiddetta Operazione Speciale, la guerra contro l’Ucraina, che ormai ha superato di ben 43 giorni la Grande Guerra Patriottica, cioè il secondo conflitto mondiale.
Lo dice dal 2012, il capo del Cremlino, che la chance di una nazione di primeggiare e rimanere indipendente non si misura dal suo potenziale economico, ma dalla sua Passionarnost, la capacità di un popolo di soffrire teorizzata dal filosofo Lev Gumiliev, il figlio di Anna Achmatova perseguitato da Stalin, che lo tenne per 14 anni in un gulag siberiano.
Millequattrocento sessanta giorni dopo aver scatenato l’invasione, Putin non ha ancora ottenuto la vittoria che cercava e in




