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Quando Truffaut negava il «lato artistico» della televisione

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Il regista François Truffaut non credeva nelle capacità espressive della televisione: «Sono uno spettatore fanatico, un telespettatore assiduo, mi piace ogni programma ma non ho ancora trovato il lato artistico della televisione».
Ecco la frase importante: «Concepisco la televisione come un supplemento d’informazione». Insomma, un qualcosa in più per completare l’apporto dei giornali e soprattutto dei libri.
Questa lunga intervista, che ora è un libro «Lezione di cinema» (Il Saggiatore) è del 1981: tre cinefili, Jean Collet, Jérôme Prieur e José Maria Berzosa, hanno tentato di ripetere con lui la famosa intervista che Truffaut aveva fatto a uno dei suoi registi più amati, Il cinema secondo Hitchcock (di Truffaut, consiglio anche Il cinema secondo me, Il Saggiatore).
Non era il solo, il cineasta francese, a non credere nella televisione. Per paradosso, non ci credeva nemmeno tanto la Rai.
Negli anni Settanta, Viale Mazzini diventa il più importante produttore di cinema in Italia, non pensa al proprio futuro, forte com’è del privilegio monopolistico. Produce I clowns e Prova d’orchestra di Fellini, Strategia del ragno di Bertolucci, Durante l’estate, I recuperanti e L’albero degli zoccoli di Olmi, San Michele aveva un gallo e Kaos dei Taviani, Milarepa di Cavani… C’è addirittura il

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