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Quando l’Aston Martin decise di produrre un’utilitaria

imageL’ASTON PER LA CITTÀ

Ci sono automobili nate per inseguire prestazioni, altre per conquistare mercati nuovi. E poi c’è l’Aston Martin Cygnet, un modello talmente fuori dagli schemi da sembrare quasi uno scherzo: una piccola due porte da città (lunga 308 cm) con il marchio di una delle case più celebri al mondo per le sue gran turismo sportive. Prodotta dal 2011 al 2013, la Cygnet rappresentava una scelta decisamente controcorrente per il costruttore di Gaydon.

Sotto la carrozzeria elegante e il prestigioso logo alato non si nascondeva infatti una sportiva V8 o un raffinato sei cilindri, ma una citycar giapponese pensata per muoversi agilmente nel traffico urbano. L’obiettivo, però, non era semplicemente quello di costruire una piccola Aston Martin: la Cygnet nasceva soprattutto per una questione di normative.

LA SFIDA DELLE EMISSIONI

All’inizio degli anni Duemila le case automobilistiche di lusso si trovavano davanti a una sfida sempre più complessa: ridurre le emissioni medie della propria gamma senza rinunciare alle auto ad alte prestazioni che ne definivano l’identità. Per l’Aston Martin, specializzata in grandi coupé e berline sportive, il problema era evidente: modelli come la DB9 o la V8 Vantage offrivano fascino e prestazioni, ma non potevano certo aiutare

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