
di Alessandro Trocino
La serie Hbo Max, sei puntate che esplorano l’Italia dei primi anni ’80 (ma anche quella attuale) con almeno tre attori straordinari: Gifuni, Musella e Alesi
Per chi c’era, per chi allora guardava improbabili concorrenti che volevano spianare il passo del Turchino per cancellare la nebbia o Paola Borboni con il cappello da maga che riusciva a far parlare il pappagallo, per chi ha visto la scena, oscena, di un presentatore da 28 milioni di spettatori portato via in manette, la serie di Marco Bellocchio «Portobello» (Hbo Max, dal 20 febbraio) smuove la macchina ingolfata dei ricordi, della falsa coscienza, delle ipocrisie, dei sensi di colpa.
Uno dei tanti traumi della Repubblica, una ferita non rimarginata che solo una giustizia tardiva, la forza morale del protagonista e la lucida follia di Marco Pannella riuscirono a esorcizzare, trasformandola in un monito perenne. Per chi non c’era, per chi è troppo giovane per cogliere l’incredibile somiglianza di Fabrizio Gifuni con Enzo Tortora (soprattutto nella cadenza della voce), questa serie è la rivisitazione spettacolare, divertente e triste, iperrealistica e bellocchianamente onirica, del Processo di Franz Kafka.
Quel qualcuno che doveva aver calunniato Tortora e che, senza




