Philip K. Dick è in tutti noi (e qui vi racconto perché)

di SANDRO VERONESI
Mentre esce il Meridiano del maestro americano della fantascienza uno scrittore italiano torna nei ricordi a un aprile del ’59, quando... I due volumi Mondadori curati da Paolo Parisi Presicce ed Emanuele Trevi con una Cronologia di Emmanuel Carrère

Questo post è stato originariamente pubblicato su questo sito

//?#

Il primo aprile del 1959 — un mercoledì — verso mezzogiorno, nel selvaggio scenario di Point Reyes Station, California, contea di Marin, ottanta chilometri a nord di San Francisco, Philip Kindred Dick si sposa con Anne Browning Williams Rubenstein, di un anno più grande di lui, cioè trentaduenne, già madre di due e destinata, nel giro di nemmeno un anno, a dare a Dick la sua prima figlia — Laura. Dick è già stato sposato due volte e ha già scritto una gran quantità di racconti e romanzi di fantascienza che gli hanno reso molto poco in termini economici ma hanno già avviato a costruire — lui però questo ancora non lo sa — il suo mito di scrittore di culto. Almeno un romanzo, tra quelli fin lì pubblicati, Eye in the Sky, esprime in maniera matura tutti i temi che in futuro lo renderanno immortale: la molteplicità degli universi, l’abisso della coercizione mentale, l’incertezza della propria identità, l’Idios Kosmos che diventa Koinòs Kosmos (cioè quando uno schema percettivo individuale diventa una trappola capace di imprigionare soggettività più deboli, trasformandosi in un’allucinazione collettiva). Il matrimonio durerà quattro anni, poi si trasformerà in un Vietnam e si scioglierà definitivamente nel 1965.

Poco lontano da lì, parlando in termini di spazio intergalattico, e cioè a Firenze, a diecimila chilometri, distanza che la luce percorre in un trentesimo di secondo, negli stessi momenti in cui Dick e Anne si scambiano l’anello un giovane ingegnere sta fumando una Muratti Ambassador dietro l’altra nella sala d’aspetto del reparto di ostetricia e ginecologia della clinica Villa Donatello, nella piazza omonima, quella caratterizzata dalla singolare peculiarità di contenere un cimitero al proprio interno. Non sono ancora i tempi in cui nelle strutture sanitarie è vietato fumare e men che meno quelli in cui i padri incapsulati di verde assistono alla venuta al mondo dei loro figli: perciò lui sta nella sala d’aspetto e fuma. Il travaglio sta durando da un bel po’, anzi si è fatto critico (due giri di cordone ombelicale attorno al collo del nascituro), ma questo a lui non l’hanno detto. Accanito lettore di fantascienza, si è portato dietro il fascicolo appena uscito della collana Mondadori chiamata Urania, che per la smania di far apparire le cose più giovani di quello che sono (quella c’era già) porta la data del 12 aprile — cioè dell’ultimo giorno utile nella cadenza quattordicinale della collana. Il titolo del libro è L’occhio nel cielo, di Philip K. Dick, ma l’ingegnere è inquieto e anziché leggerlo passeggia avanti e indietro nella sala d’aspetto, come detto, e fuma. Poi, quando riceve la notizia che il parto finalmente si è concluso per il meglio ma non gli viene detto nient’altro, preso dall’euforia si mette a cazzeggiare sul frontespizio del libro che si è portato dietro, usando la matita a mina dura con cui è solito disegnare. Scrive: Buongiorno signori e signori, sto per presentarvi il mio nuovo amico, o no… amica… la signorina Giovanna o forse no… Alessandro, chissà… Ma ecco ecco, attenzione… arriva la cicogna, ora sapremo… non si vede ancora bene… ecco, si abbassa… signori e signori, è arrivato Alessandro.

Il giovane ingegnere è mio padre.

Alessandro sono io.

Per questo, con tutto il rispetto per le carte del cielo delle quali negli anni mi è gentilmente stato fatto omaggio, più che un Ariete ascendente Sagittario io mi considero un Dick ascendente Dick. Per quel che conta, beninteso — cioè non molto.

Ora, quasi 66 anni dopo quel mercoledì, esce in Italia un Meridiano in due volumi dedicato all’autore californiano. Incredibile, penso. Ma non «incredibile che venga fatto il Meridiano di Dick»: quello che è incredibile è che questo Meridiano non esista già. È incredibile perché, anche nascendo un altro giorno, in un altro anno, con un altro padre che mentre aspettava stesse cazzeggiando sul frontespizio del libro di un altro autore, e anche mancando, quest’altro padre, di passione per la fantascienza e dunque non lasciando per casa tutti quei fascicoli di Urania, se appena avessi cominciato a interessarmi della cultura americana, da qualunque punto fossi partito, prima o poi mi sarei imbattuto in Philip K. Dick, e avrei continuato a imbattermi in lui più e più volte fino a farmi l’idea che nella seconda metà del XX secolo Dick stesse alla cultura americana come Faulkner nella prima. E che, non ce l’ha un Meridiano, Faulkner? Non l’ha sempre avuto? Allo stesso modo io credevo che anche Dick il suo Meridiano l’avesse sempre avuto — e invece no, non l’aveva. Gloria dunque ad Alessandro Piperno che lo ha voluto e a Paolo Parisi Presicce ed Emanuele Trevi che lo hanno curato, organizzandolo attorno a due contributi maestri che non potevano essere più azzeccati: il saggio introduttivo dello stesso Trevi e la Cronologia di Emmanuel Carrère. Si tratta di quei testi definitivi che d’ora in avanti permetteranno di risparmiare tempo e forze a chiunque voglia sapere quel che c’è da sapere di questo autore geniale, oscuro, folle e seminale. In due assommano a oltre 140 pagine (di quelle fitte dei Meridiani, da 2.100 battute l’una), ma ne compendiano migliaia, tanto estesa, incontenibile e liquida è la letteratura prodotta su Dick dentro e fuori dal recinto della fantascienza. Il saggio di Trevi è commovente per come è capace di comunicarci la potenza e l’attrazione esercitata dall’energia narrativa di Dick tenendoci però sempre abbastanza lontani da lui per proteggerci da una «entrata in fissa» che potrebbe rivelarsi disastrosa. È commovente per come riesce a dirci che Dick era matto come un cavallo senza dirlo mai, e per come ci tiene ben informati sulla leggendaria consustanzialità tra la sua vita, la sua opera e il teatro del loro (con)fondersi, vale a dire la Bay Area e la California del nord, senza mai farci desiderare di essere lui; per come si immerge nella circolarità della produzione dickiana, governando lo sguardo in modo che la spirale della conoscenza scavi sempre più in profondità, cerchia dopo cerchia, in quella specie di Inferno che è stato il passaggio di Philip K. Dick su questa terra, e per come alla fine di lui ci lascia insieme sazi e affamati. La Cronologia è semplicemente un regalo che Carrère ha fatto a questo Meridiano, poiché si tratta del precipitato biografico di Dick proveniente dal libro Io sono vivo, voi siete morti che l’autore francese ha pubblicato negli anni Ottanta per fare i conti con la propria andata in fissa su di lui. Entrambi i testi, poiché Dick stesso asseriva di «essere il romanzo» («I am the novel»), sono avvincenti e rappresentano il plus che il Meridiano offre ai suoi compratori.

Dopodiché ci sono i romanzi veri e propri, undici, i suoi più rappresentativi — quelli nei quali, a partire dagli anni Settanta, chiunque si sia interessato alla cultura americana si è per forza imbattuto. È probabile però che questi testi siano stati molto meno praticati e letti di tutte le loro più o meno dichiarate derivazioni, e così ecco che questi due volumi offrono l’opportunità di leggerli tutti, e rendersi conto di quanto l’immaginario occidentale sia debitore nei confronti di questo scrittore. Vanno letti con moderazione, però, con calma, perché in alcuni momenti alla tensione generata dal testo in sé (immagini mostruose, paure difficili da evitare, paranoie facili da condividere), si sovrappone appunto uno scroscio violento di riverberi d’altre opere di altri autori, amate o dimenticate: le poche, pochissime, verso le quali Dick è debitore (I viaggi di Gulliver, Eva Futura di Villiers de l’Isle-Adam, il Libro Rosso di Jung, o Il Dottor Stranamore), e le tantissime delle quali è stato, appunto, più o meno inconsapevolmente, e molto spesso addirittura dopo la morte, ispiratore. E qui vorrei dar conto di quello scroscio — per me, ma, sono convinto, con tutte le varianti possibili, anche per molti altri. Quel che ci salta addosso leggendo oggi questi libri, impasta insieme nomi e opere, letteratura e cinema, musica, fumetti, politica e misticismo, in un grumo inestricabile ma profondamente familiare. Ecco Ridley Scott, Steven Spielberg, Kathryn Bigelow, Paul Verhoeven, Christopher Nolan, Denis Villeneuve, David Cronenberg, Terry Gilliam, ovviamente David Lynch, Michel Gondry, Alejandro Jodorowsky, ecco Blade Runner, The Truman Show, Matrix, Minority Report, Strange Days, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, e tutti gli altri film «dickiani», tratti o non tratti dai suoi racconti, fino al cortometraggio olandese che ha vinto l’Oscar poche settimane fa, I’m not a Robot, di Victoria Warmerdam, che parte dal fallimento della protagonista nei test Captcha — quelli che falliamo quasi sempre anche tutti noi: «seleziona le immagini contenenti un semaforo» eccetera — per precipitarla nell’incubo della scoperta di non essere umana senza saperlo. Ecco William Gibson, Bruce Sterling, Haruki Murakami, William Burroughs, Jonathan Lethem, Jonathan Franzen, Thomas Pynchon, Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon, V di Thomas Pynchon, Vineland, di Thomas Pynchon, Inherent Vice di Thomas Pynchon, ecco Infinite Jest di David Foster Wallace, ecco Timothy Leary, ecco il Libro tibetano dei morti, ecco l’I Ching, ecco L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart e la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, ecco il destino di maestro occulto di Juan Carlos Onetti, ecco il-successo-che-arriva-troppo-tardi di Richard Brautigan, ecco Pasolini «narratore senza convenzioni», ecco Moebius, Bill Viola, Ashley Wood, Noam Chomsky, Slavoj Žižek, Michael Moore, Julian Assange, Edward Snowden, Al Gore, Barak Obama, ed ecco le pop star, John Lennon, Thom Yorke, David Bowie, Bruce Springsteen, Marylin Manson, Alan Parsons Project, Blondie, Madonna, Brian Eno, Gary Numan, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, i Nine Inch Nails, i Blue Öyster Cult: tutti loro hanno riconosciuto il proprio debito nei confronti di Dick. Ed ecco, per ultima, Linda Ronstadt, la cui dark haired beauty Dick ha mitizzato, sempre cercandola nella sua disperata vita sentimentale e rappresentandola in molte donne dei suoi romanzi, convinto com’era fosse la stessa bellezza che avrebbe avuto anche la sua sorella gemella se non fosse morta poco dopo la nascita «perché lui prendeva per sé tutto il latte materno» — e quante volte Dick le ha scritto, presso la Asylum, la sua casa discografica, senza mai ricevere risposta. Ma ecco, signori e signori, ecco ecco, attenzione, grazie a lei il ragazzo che ancora non sa di essere nato Dick ascendente Dick s’imbatte per la prima volta in Dick, in un’intervista letta chissà dove (su «Muzak»? «linus»? «Ciao 2001»? «Re nudo»? «Billboard»?), in un anno imprecisato che comincia per 197: «Ma tu lo sai che Philip K. Dick è un tuo grande fan?». «No. Chi è?». «L’autore di Ubik, il libro più importante che sia mai stato scritto. Davvero non sai chi è?».«No». «Sei l’unica al mondo, Linda».

Be’, non era l’unica al mondo: fino a quel giorno c’ero anch’io, al suo fianco. Da quel giorno in poi non più.

Il Meridiano

Due tomi, undici romanzi, nuove traduzioni di Marinella Magrì e Paolo Parisi Presicce, bibliografia: il Meridiano Mondadori (collana diretta da Alessandro Piperno) dedicato a Philip K. Dick sarà in libreria dal primo aprile (3.340 pagine totali, euro 140). Lo scrittore francese Emmanuel Carrère firma la Cronologia. La cura del progetto si deve a Emanuele Trevi, autore anche del saggio introduttivo, e a Paolo Parisi Presicce, autore delle nuove traduzioni di «Eye in the Sky» e della «Trilogia di Valis». Scrittore di culto, Dick (Chicago 1928 – Santa Ana, California, 1982) è autore, tra gli altri, di «Gli androidi sognano pecore elettriche?» (1968), da cui è stato tratto il film «Blade Runner».

27 marzo 2025 (modifica il 27 marzo 2025 | 11:30)

27 marzo 2025 (modifica il 27 marzo 2025 | 11:30)