
di Aldo Grasso
Sull’Alpe d’Huez il ciclismo ha smesso di essere uno sport ed è diventato antropologia:mezzo milione di tifosi sul percorso, qualcuno azzarda 800.000
Visti in tv, molto più interessante il Tour de France che i Mondiali di calcio. Per esempio, c’è stato un punto, sull’Alpe d’Huez, in cui il ciclismo ha smesso di essere uno sport ed è diventato antropologia. Le cifre oscillano come sempre: mezzo milione di tifosi sul percorso, qualcuno azzarda 800.000.
Poco importa. La vera misura è un’altra: la distanza, ormai ridotta a pochi centimetri, tra i corridori e la folla. Il ciclismo continua a essere l’unico grande sport in cui gli spettatori non si limitano a guardare lo spettacolo: ci entrano dentro.
La tv, da questo punto di vista, è impietosa. L’elicottero mostra un interminabile serpente umano che avvolge la montagna; le telecamere sulle moto, invece, restituiscono un’altra immagine: Pogacar, Evenepoel, Seixas costretti a farsi largo come Mosè nel Mar Rosso, ma con un popolo meno disciplinato. Il miracolo non è che vincano la tappa. È che riescano ad arrivare al traguardo.
Per decenni quella vicinanza è stata il segno distintivo del ciclismo. Nessun biglietto, nessuna barriera, nessuna distanza




