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Perché «Stranger Things» è un grande capitolo della cultura pop americana (anche se il finale non piacerà ai fan)

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di Aldo Grasso

Il finale della serie tv Netflix «Stranger Things», attesissimo dai fan, approda oggi sulla piattaforma. La creatura dei fratelli Duffer parla di crescita, amicizia, primi amori, scoperta di sé e passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Per questo la puntata conclusiva susciterà molte accese discussioni

È arrivata la fine della quinta e ultima stagione di una delle serie di maggior successo dell’ultimo decennio, Stranger Things dei fratelli Duffer. Netflix ha sapientemente programmato un’uscita scaglionata quasi a voler reinstaurare la ritualità della visione e a creare attesa e polemiche per il finale. Era l’altro secolo, o quasi, quando usciva un solo episodio a settimana, prima delle maratone televisive.

Il racconto è ripreso a partire dall’autunno del 1987, a celebrare l’enorme revival di quel decennio, un sofisticato gioco di citazioni, sempre dichiarate (Stephen King, Steven Spielberg, John Carpenter, Dungeons & Dragons…) per cercare di capire se la fantascienza sia l’inconscio della fiction o della scienza.

Uno dei temi centrali di Stranger Things è infatti il Sottosopra, una perfetta fusione tra horror e psicologia. È il mondo dell’ombra, dove finiscono tutto ciò che è represso, nascosto o non elaborato. La cittadina di Hawkins, nello stato dell’Indiana, è spaccata

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