
di Marta Serafini
Sessanta giorni di cessate il fuoco. Poi la matassa negoziale si è di nuovo ingarbugliata con i raid israeliani su Beirut e il «no» di Trump allo sblocco dei 24 miliardi di dollari
DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME – Sessanta giorni di cessate il fuoco. Poi la matassa negoziale si è ulteriormente ingarbugliata attorno al destino del Libano e allo sblocco dei 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati.
A riaccendere la miccia è stato l’ultimo raid israeliano sulla capitale libanese, insieme ai nuovi ordini di evacuazione per Tiro, che ha provocato la reazione di Teheran. Più che una «risposta decisa e dolorosa», come aveva minacciato Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per gli Affari esteri e la Sicurezza nazionale, quella andata in scena finora appare come un’escalation contenuta: per il momento colpisce il nord di Israele, non Tel Aviv o Gerusalemme.
Fonti vicine al governo libanese osservano che, se l’Iran disponesse davvero di leve capaci di costringere Israele a ritirarsi dal Libano o di obbligare gli Stati Uniti a cambiare posizione, le avrebbe già usate. Il Libano è entrato nel conflitto il 2 marzo, quando Hezbollah




