
E’ l’unico sport in cui i tifosi possono quasi toccare i loro idoli (a volte pericolosamente) e dove la tv ti porta letteralmente lì, a bordo strada
Vista in tv, la Parigi-Roubaix è terribilmente bella. Nell’avverbio sono racchiuse forature, cadute, polvere, rincorse a perdifiato. La bellezza del ciclismo in tv è un paradosso affascinante: è uno degli sport più lenti e lunghi da seguire, eppure possiede un’intensità drammatica che pochi altri media sanno restituire con la stessa forza. La Parigi-Roubaix, in cui Van Aert ha battuto in volata Pogacar, ha sprigionato una potenza fascinosa e brutale: Eurosport, con il commento di Luca Gregorio, Riccardo Magrini e Moreno Moser.
Quando seguiamo una corsa così, non stiamo solo guardando una gara atletica, ma un vero e proprio documentario sulla resistenza umana e sul paesaggio, in una sorta di dilatazione temporale ed estetica: è un ritmo che lascia spazio al pensiero, all’ansia, all’aneddoto, alla tensione, alla divagazione colta.
Il pavé è l’elemento che trasforma il ciclismo da sport di resistenza a forma di arte brutale. Se l’asfalto è la modernità, il pavé è il ritorno al passato, un anacronismo che la televisione riesce a rendere quasi tattile. Il pavé prova attivamente a distruggere il corridore




