
Cominciamo da una verità semplice, quasi banale, ma che banale non è affatto: l’oro della riserva nazionale non si può toccare. L’emendamento Malan, riformulato facendo riferimento ai Trattati Ue, ha fissato sì un importante punto politico: i lingotti sono del popolo italiano. Principio mai messo in dubbio. Ma a gestirlo è Banca d’Italia. Come prima. Come sempre.
Il confine della sovranità
Quel tesoro non si può toccare perché è l’ultimo bastione della sovranità nazionale, l’equivalente monetario delle mura di una città medievale. Quando tutto il resto è stato negoziato, promesso, rinviato o rifinanziato, lì si arriva. Ed è stop. Oltre questo punto non si passa.
La Banca d’Italia è la guardia di questo confine. E lo è da sempre. Ci aveva provato anche il Duce a sfondare quella porta. E, infatti, nell’inverno del 1944 un po’ di camion tedeschi partirono da via Nazionale diretti a Salò e poi a Fortezza in Alto Adige. Traffico intenso e pieno di ombre che alimentò potenti leggende a cominciare dal famoso “Oro di Dongo”. A guerra finita, quasi tutti i lingotti tornarono a Roma con i camion americani. Un incantesimo proteggeva quel tesoro? O forse la grande finanza internazionale a Washington e a Londra




