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Orbán, dalle minoranze perseguitate alla censura dei media. Il tramonto di 16 anni «tirannici»

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di Paolo Valentino

L’ex premier ungherese non è nato tiranno. Anzi, i tiranni del socialismo reale li ha combattuti nella rivoluzione del 1989, quando diventò figura salvifica del movimento democratico

Quando nel 2108, alla vigilia delle elezioni, andai a trovare Agnes Heller nella sua casa di Budapest, la filosofa dei «bisogni radicali» era furiosa. «Viktor Orbán — mi disse — ha abolito la libertà di stampa, abusa dei fondi europei per arricchire familiari e amici, mentre le scuole e la sanità pubblica sono in una situazione disperata. E poi vuole controllare anche la cultura: sa che nell’unico libro di Storia in uso nei licei, c’è un capitolo dedicato a lui? Non lo aveva fatto neppure Janos Kadar, ai tempi del regime comunista. Orbán ormai è un tiranno».

Heller è morta nel 2019, a 89 anni. La tirannia di Orbán le è sopravvissuta ancora più sfrenata e priva di remore, ben oltre l’ossimoro della «democrazia illiberale». Ma se fosse ancora con noi, avrebbe gioito ai risultati di un voto che ha posto fine all’anomalia magiara nel cuore dell’Europa.
In sedici anni, Viktor Orbán ha trasformato l’Ungheria in un Paese dove i media sono sottoposti a censura, i diritti dell’opposizione

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