
La capitalizzazione record di Eli Lilly segna una svolta storica: i farmaci contro l’obesità trasformano il pharma in industria di frontiera, tra crescita esplosiva, nuove sfide e aspettative da big tech.
Quando a novembre Eli Lilly ha superato la soglia – psicologica prima ancora che finanziaria – dei 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, Wall Street non ha applaudito. Ha alzato gli occhi dal book delle contrattazioni e ha preso nota. Perché quel numero non è solo una vetta, ma una linea di demarcazione. Segna il momento in cui il settore farmaceutico smette di essere un comparto difensivo, rassicurante e poco adatto alle speculazioni usa e getta, e si presenta come industria di frontiera, capace di attrarre capitali, aspettative e scommesse più solide delle big tech. Fuori dal perimetro delle Magnifiche sette del Nasdaq, fino a ieri quel traguardo lo aveva raggiunto solo Berkshire Hathaway, la cassaforte paziente di Warren Buffett, l’oracolo di Omaha che alla fine dell’anno scorso è andato in pensione al traguardo dei 95 anni. Ora c’è una farmaceutica. Non una qualsiasi: l’americana Eli Lilly. Non Roche, non Novartis o AstraZeneca e nemmeno la principale concorrente: la danese Novo Nordisk. E questo, nel silenzio dei comunicati



