
Quello che è successo prima di Torino-Juve non è – purtroppo – un unicum nella storia del nostro calcio: dal ‘bambino morto’ che poi non c’era in un derby, fino a Genny a’ carogna. Tutte le volte che il calcio si è piegato ai violenti
Ultrà che prendono in ostaggio la partita, stadi sequestrati da pochi o tanti non importa: è sempre game over, anche quando poi si gioca. Qui si dice di partite sospese, e con esse sospeso il (buon)senso dello sport. L’ultima il derby di Torino, slittato di un tempo. Gli scontri, il tifoso ferito e ricoverato in codice rosso, la curva della Juventus che chiede/ordina – sì, ordina – ai giocatori di non iniziare la partita, poiché la minaccia è evidente: qui altrimenti scoppia il finimondo. Diplomazie, compromessi, regolamenti. Vale tutto, non vale niente. Scene vergognose, violente, scandalose, deplorevoli, surreali, deprimenti, offensive, poi gli aggettivi finiscono. E resta il vuoto, l’inadeguatezza. Così in terapia intensiva ci finisce il calcio italiano. Ancora una volta, come tante (troppe) altre volte.




