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«Nina Roza», dramma su identità, arte ed emigrazione

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di Paolo Mereghetti

Una pittrice prodigio di otto anni scuote un curatore d’arte con un rapporto irrisolto con le proprie radici

Se c’è un tema che sembra emergere dal concorso berlinese (faticosamente altalenante), è quello della ricerca di una identità che la storia e la vita sembrano aver messo in discussione.

Come succede in Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, dove il curatore d’arte Mihail (Galin Stoev) viene spedito dal Canada nella sua terra d’origine, la Bulgaria, per capire se una giovanissima pittrice (Sofia Stanina) sia un genio potenziale o una truffatrice.

Ma più che con l’expertise, il protagonista dovrà tornare a fare i conti con un mondo con cui aveva radicalmente tagliato i ponti, emigrando ventotto anni prima con la figlia in fasce dopo la morte della moglie.

Grazie a quella giovanissima artista, l’uomo ritrova i legami con una lingua che aveva messo da parte, con un mondo contadino legato alle proprie tradizioni e anche con una famiglia che sembrava aver cancellato dai propri ricordi.

Oltre a riscoprire l’orgoglio delle proprie radici e della propria identità, quelle che spingono la bambina pittrice a rifiutare di trasferirsi all’estero per diventare «un’artista».

19 febbraio

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