
di Andrea Nicastro
Il premier israeliano, lanciando l’operazione «ruggito del leone» coglie il momento rafforzato dal sostegno di Trump: il presidente Usa è passato sopra alla diffidenza Maga verso l’attacco in nome dell’appoggio allo storico alleato
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Prima le esplosioni su Teheran, poi l’annuncio israeliano: stiamo attaccando l’Iran. Le sirene hanno suonato a lungo in tutto lo Stato ebraico poco dopo le 6 ora italiana. Alcuni secondi e tutti i telefonini agganciati a qualche antenna israeliana hanno dato l’allarme.
Questa volta, più una dichiarazione di stato d’allerta che l’invito a ripararsi nei rifugi anti aerei. I primi minuti sono concitati. Il ministro della Difesa Israel Katz dà l’ufficialità sul social media Telegram. Stiamo attaccando. Adopera la formula ormai stantia dell’attacco preventivo. Facciamo la guerra, ma solo per difenderci, «per eliminare minacce al Paese».
Che stiano partecipando anche gli Stati Uniti emerge pochi minuti dopo da indiscrezioni stampa. Questioni di fuso orario e non solo, anche di calcolo politico della Casa Bianca.
La grande Armada mandata dal presidente Donald Trump in Medio Oriente aveva terminato di posizionarsi giovedì. Le trattative diplomatiche a Ginevra aspettavano di riprendere con un quarto round di colloqui. I primi




