
di Massimo Franco
Dopo il sì e il no compatti alla legge elettorale riemergono le divisioni all’interno degli schieramenti
La compattezza di maggioranza e opposizioni è durata il tempo dell’approvazione della riforma elettorale. Da ieri, distinguo e distanze tra alleati sono riemersi quasi per inerzia. Come se dopo avere fatto il proprio dovere pro e contro la legge voluta da Palazzo Chigi, ognuno fosse tornato a pensare alle urne seguendo un canovaccio di partito e non di coalizione. Perfino dentro le singole forze politiche sono riemersi i contrasti che l’assenza di franchi tiratori nel voto di giovedì sembrava avere cancellato. E così, dalla politica estera alla durata della legislatura, dai soldi da chiedere alle banche per rimpolpare le casse dello Stato, alla possibilità di accorpare Politiche e Comunali, è tornata una babele di posizioni.
Sono fotogrammi che fanno capire quanto la certezza di unire i partiti con il nuovo sistema sia un atto di fiducia. E viene da pensare che cosa succederebbe se alla fine della legislatura nessuno dei due schieramenti raggiungesse il 42% dei voti: quello che fa scattare il controverso premio in seggi. Le tensioni appaiono presagi di quello che potrebbe succedere se il fallimento




