di Mara Gergolet
Il ceo Blume porta a casa un accordo con i lavoratori da 110 mila esuberi. Non era scontato. Se il gruppo si ridimensiona, però, sarà forte l’impatto sulla Penisola, da Lamborghini e Ducati all’indotto
Una settimana fa, Oliver Blume è arrivato a Emden con il jet aziendale e ha trovato i dipendenti con i fischietti. Poi a Zwickau, la fabbrica dell’Est che doveva essere il cuore della nuova strategia elettrica, quando i dipendenti gli hanno chiesto «cosa costruiremo qui dopo il 2030», non ha risposto. E così di tappa in tappa, in questo roadshow del «Future Plan» — ma più precisamente, del piano di tagli e «smantellamento» —, il ceo della Volkswagen se ne andava dopo una dose di fischi e contestazione. Poi però, quasi a sorpresa, all’ultima tappa del giro, nel vecchio grattacielo anni Sessanta di Wolfsburg che mostra tutta la sua appartenenza a un’era passata — e che è la sede del marchio globale, nonché della più grande azienda tedesca —, l’intesa con i sindacati guidati dall’italo-tedesca Daniela Cavallo è arrivata.
L’accordo con i sindacati e il piano dei tagli
Non se l’aspettava nessuno. Senza un giorno di sciopero, la Volkswagen vara un




