
Nel dibattito sul futuro dell’auto, tra elettrico, ibrido e carburanti sintetici, anche i motori a combustione cercano nuove strade per restare competitivi. E tra le idee che riemergono dai libri di storia della meccanica ce n’è una tanto curiosa quanto promettente: il motore a U. Si tratta di una soluzione tecnica poco conosciuta, ma tutt’altro che nuova, che potrebbe offrire compattezza e prestazioni elevate senza aumentare troppo gli ingombri.
Invece di un’unica fila di cilindri (motore in linea) o di due bancate inclinate che condividono lo stesso albero motore (motore a V), il motore a U unisce due motori in linea affiancati, ciascuno con il proprio albero motore. I due alberi sono collegati da ingranaggi e ruotano in senso opposto, così da compensare buona parte delle vibrazioni.
Il risultato è una sorta di “doppio motore” racchiuso nello stesso basamento: da qui il nome “U”, perché le due file parallele ricordano la forma della lettera.
Lo schema di base del motore a U. UN’IDEA CHE VIENE DAL PASSATO
Questa architettura non è una novità: già tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso veniva usata per applicazioni ad alte prestazioni, quando servivano molti cilindri ma lo spazio era limitato. Celebre



