
Jackson, che aveva per due volte tentato la candidatura alla Casa Bianca, è morto oggi: lottava da tempo con una malattia neurodegenerativa
È morto Jesse Jackson, icona dei diritti civili negli Stati Uniti. Aveva 84 anni.
Diciassette luglio 1960. Nell’America repubblicana e ancora segregazionista di Dwight Eisenhower, mentre John Kennedy, che diventerà qualche mese dopo il presidente della «nuova frontiera», è in piena campagna elettorale contro Richard Nixon, a Greenville, South Carolina, un ragazzo di 19 anni entra, insieme ad altri sette compagni, nella biblioteca comunale della città. Finisce in galera perché quel centro culturale pubblico è white only: riservato ai bianchi. Comincia così la straordinaria avventura politica del reverendo Jesse Jackson, morto oggi – martedì 17 febbraio – per le complicazioni di una malattia neurodegenerativa che l’aveva colpito da tempo: una vita fatta di battaglie per i diritti civili, impegno sul campo per il riscatto degli afroamericani, l’ordinazione come ministro della religione battista, otto anni di conduzione di una sua trasmissione politica sulla CNN e due candidature alla presidenza degli Stati Uniti.
I suoi tentativi di scalata alla Casa Bianca – nel 1984 e ’88, in piena era Reagan – falliscono: nelle primarie democratiche si classifica terzo, e poi




