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«MobLand», Mirren e Brosnan in una tragedia shakespeariana da pub

di Aldo Grasso

Un patriarca che non vuole invecchiare. Una matriarca che non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Attorno alla famiglia criminale, figli, nipoti, alleanze e tradimenti

Il problema delle famiglie criminali è che, prima o poi, manifestano il loro essere una famiglia. E allora arrivano i rancori, le eredità contese, i figli che scalpitano, i genitori che non vogliono invecchiare. In MobLand (Paramount+) la mafia londinese sembra soprattutto alle prese con questo destino: il potere passa di mano, ma non passa.

La seconda stagione riprende la guerra degli Harrigan dopo il conflitto con gli Stevenson, ma cambia presto il campo di battaglia: non basta più avere nemici fuori casa quando è la casa stessa a prendere fuoco. Il clan finisce così per assomigliare a una specie di assemblea condominiale londinese, solo che al posto delle raccomandate volano pallottole e l’amministratore è un patriarca che odia la pensione.

Al centro resta Harry Da Souza, il fixer interpretato da Tom Hardy. Non è propriamente un gangster: è quello che arriva dopo, quando i gangster hanno già fatto il loro mestiere. Deve aggiustare, mediare, evitare che una rissa diventi una guerra. Il paradosso è gustoso:

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