di Aldo Grasso
Un patriarca che non vuole invecchiare. Una matriarca che non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Attorno alla famiglia criminale, figli, nipoti, alleanze e tradimenti
Il problema delle famiglie criminali è che, prima o poi, manifestano il loro essere una famiglia. E allora arrivano i rancori, le eredità contese, i figli che scalpitano, i genitori che non vogliono invecchiare. In MobLand (Paramount+) la mafia londinese sembra soprattutto alle prese con questo destino: il potere passa di mano, ma non passa.
La seconda stagione riprende la guerra degli Harrigan dopo il conflitto con gli Stevenson, ma cambia presto il campo di battaglia: non basta più avere nemici fuori casa quando è la casa stessa a prendere fuoco. Il clan finisce così per assomigliare a una specie di assemblea condominiale londinese, solo che al posto delle raccomandate volano pallottole e l’amministratore è un patriarca che odia la pensione.
Al centro resta Harry Da Souza, il fixer interpretato da Tom Hardy. Non è propriamente un gangster: è quello che arriva dopo, quando i gangster hanno già fatto il loro mestiere. Deve aggiustare, mediare, evitare che una rissa diventi una guerra. Il paradosso è gustoso:




