
di Simone Canettieri
La leader non può cedere. La mediazione di La Russa
DAL NOSTRO INVIATO
ALGERI – «Che fai, mi cacci?». «Che fai, mi sfidi?». Dopo una giornata di convulse trattative e riunioni, addii dolorosi e pranzi carbonari tra i vertici di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni legge la nota sfornata dal ministero del Turismo alle 19.55, e quasi trasecola: «Domani il ministro Santanchè sarà regolarmente in ufficio: tutti gli appuntamenti sono confermati».
La «Santa» resiste e rilancia, nonostante le pressioni di governo e partito che la vogliono fuori dalla porta. Non ha paura di mostrare il petto davanti «alla bella morte» (politica). Per la premier però è un affronto che frena l’operazione «rilancio» dopo la sconfitta al referendum. «Da oggi non copro più nessuno: chi sbaglia paga».
Alle 20.04 infatti esce la nota di Palazzo Chigi che auspica le dimissioni di Santanchè, sulla scia della «medesima sensibilità istituzionale» dimostrata da Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministero della Giustizia e Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, saltati entrambi come un tappo di lambrusco.
È quasi un inedito: un presidente del Consiglio costretto a sfiduciare pubblicamente un ministro che non si vuole muovere. Il precedente che viene




