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Max Casacci dei Susbonica: quando andammo a Sanremo nel 2000 per il rock era un’eresia. Ma oggi non ci torneremmo mai

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di Matteo Cruccu

Il chitarrista della band torinese racconta l’esperienza al Festival

C’è stato un tempo in cui, per una rockband, andare a Sanremo era cosa assolutamente disdicevole. Tra i primi a rompere il diaframma tra i generi, tra quel che si dice underground e il nazionalpopolare, sono da annoverare i torinesi Subsonica, ritrovatisi nel 2000 dalle cave dei Murazzi sul Po ai tinelli delle famiglie di tutta Italia. Una (piccola) rivoluzione cartesiana di cui parliamo con Max Casacci, da sempre chitarrista e animatore primo della band.

Come nacque l’idea di andare a Sanremo?
«Non ci volevamo andare all’inizio. Ci eravamo costruiti una street credibility, con un passaparola sulle riviste specializzate e sul primo Internet. E poi allora la musica era una religione monoteista. E quella del Festival non era la nostra».

Chi vi chiese di partecipare?
«La nostra etichetta. Le titubanze nascevano anche dall’esperienza dei Pitura Freska, in qualche modo a noi affini, che qualche anno prima erano stati un po’ triturati dal meccanismo».

Ma perché cercarono proprio voi?
«Eravamo portatori di sonorità e attitudini che piacevano ai ragazzi del tempo e le traducevamo in una forma canzone dove la melodia c’era».

Cosa vi

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