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Materassi anti-sesso, conventi, bilance, ammutinamenti: il grande romanzo dei ritiri punitivi

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L’ultima carta dei presidenti per scuotere una squadra in crisi, almeno in Italia. La inventò Herrera, oggi la gioca Spalletti alla Juve. Ma ai calciatori proprio non va giù

In ritiro nella migliore delle ipotesi il gruppo si compatta, nella peggiore si squaglia. Quando una società ordina “Tutti in ritiro!” sa che è un azzardo. Non è mai la soluzione a tutti i problemi, ma è un tentativo, è l’ultima carta del mazzo da giocare quando stai perdendo tutto, prima di tutto te stesso. Ogni ritiro è una centrifuga. I calciatori sanno che se ne esce sempre diversi da come si è entrati. Non necessariamente migliori (e vincenti). Parole d’ordine: “Dare la scossa”, “Unire il gruppo”, “Uscire dalla crisi”. Funziona? Dipende. Va detto che è una prerogativa (quasi) tutta italiana. Altrove non lo capiscono, non ne colgono gli eventuali benefici. L’anno scorso De Zerbi portò il Marsiglia per una settimana a Roma. “Per cambiare aria”. I francesi sollevarono le sopracciglia, guardandosi sbalorditi. Il giornale francese “Ouest-France” pubblicò un articolo intitolato “Che cos’è il ritiro, questa pratica italiana importata da Roberto De Zerbi?”… 

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