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Marco Revelli: «A Torino più disuguaglianze da quando è finita la centralità dell’industria automobilistica»

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di Mattia Aimola

La riflessione del politologo: «Una famiglia su sette non riesce a permettersi una vita dignitosa, né una casa adeguata. È un fatto enorme, perché indica che il lavoro non protegge più dalla povertà»

«Da quando è finita la centralità dell’industria automobilistica, a Torino le disuguaglianze sono aumentate». Da questa lettura netta parte la riflessione del politologo Marco Revelli, intervenuto al panel «Disuguali per sempre?», uno degli appuntamenti della rassegna biennale dedicata a «Disuguaglianze. Costruire equità», curata da Ismel, l’Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro. Città simbolo dell’industria novecentesca di stampo fordista, per decenni costruita attorno al lavoro operaio e alla grande fabbrica della Fiat, oggi Torino vive una fase di transizione segnata da nuove fragilità sociali.

Qual è la situazione delle disuguaglianze?
«Io parto da alcuni dati. Il primo viene dal rapporto 2026 di Oxfam: nel mondo dodici super miliardari possiedono la stessa ricchezza del 50% della popolazione globale. La domanda è inevitabile: possiamo continuare a parlare di democrazia in un contesto del genere? Il secondo dato arriva dall’Istat: il tasso di povertà assoluta tra le famiglie operaie, cioè quelle con lavoratori dipendenti, è arrivato quasi al 15%. Significa che una famiglia

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