I ricordi
Degli anni più belli hai affidato la memoria a un libro, scritto nel 1981 con Cesare De Agostini, oggi praticamente introvabile e intitolato, guarda un po’, “La coda del Drago”. Un flusso di ricordi che inizia proprio da lì: “Mi chiamavano Drago”, scrivevi, “fu un secondo nome con il quale mi avevano ribattezzato, in un giorno senza data tra gli anni ’60 e ’70, proprio il periodo in cui i rally cominciavano a mettere radici in Italia e a creare i loro personaggi…”.
Poesia pura, ma quel soprannome non te l’ha più tolto nessuno, Drago. Uomo della notte, che di notte ha costruito tante delle sue vittorie, che “ha dovuto vivere a ore rovesciate”, che, per sua ammissione, è di natura uno “fondamentalmente solo”.
Gli aneddoti. Ce ne sono decine, raccontati in quel libro. Di quel Monte Carlo 1972, Munari, che con la Fulvia si era trovato in testa dopo il ritiro dell’Alpine di Jean-Pierre Nicolas per la rottura del cambio, scriveva: “Mancano quattro o cinque ore alla fine della gara…”.
La dimensione umana delle corse: altro che freddi campioni. Chi sta al volante vive attimi di puro terrore. Per la paura di perdere una gara ormai quasi




