di Francesco Bertolino
Fiammata dei prezzi dell’energia a marzo a causa della guerra in Iran. Timori per un effetto a cascata sugli alimentari e sui consumi. I democratici: «Colpa di Trump»
La guerra in Iran alimenta la corsa dei prezzi negli Stati Uniti e rischia di deprimere i consumi dei cittadini americani. E il consenso elettorale di Donald Trump. A marzo l’inflazione Usa è salita al 3,3%, meno del previsto ma comunque ai massimi da due anni. Il balzo rispetto al mese di febbraio, l’ultimo prima dell’attacco israelo-americano a Teheran, è dello 0,9% ed è tutto dovuto alla fiammata dell’energia causata dal blocco dello stretto di Hormuz. Nel giro di 31 giorni, così, il costo dell’energia negli Usa è cresciuto del 10,8%, un incremento che non si vedeva dal settembre 2005. I prezzi dei carburanti alla pompa sono saliti del 21,2%, il maggior rialzo mensile dal 1967, ossia da che il Bureau of Labor Statistics rileva questo dato.
L’effetto domino sugli alimentari
Il «carrello della spesa» è rimasto stabile, ma probabilmente solo per un ritardo di trasmissione. «Alla luce dell’aumento dei prezzi dei carburanti, è questione di tempo prima che questi effetti si ripercuotano su settori a valle




