
di Giulia Taviani
Alessandra Bramante, psicoterapeuta e criminologa clinica era volata in Massachusetts per l’ultima settimana del processo a Clancy: «Un’amica e collega ha trascorso molte ore con lei, le ha parlato della voce e dei pensieri suicidi. In tribunale c’era molta tensione, mentre fuori molte donne sono arrivate per sostenerla»
Tra luglio e agosto, per cinque settimane, si è tenuto a Plymouth (Massachusetts) il processo a Lindsay Clancy, accusata di aver ucciso i suoi tre bambini poco prima di tentare il suicidio. Il suo caso – dichiarato nullo dopo oltre 40 ore di deliberazioni – ha sollevato un grande dibattito sul sostegno alle donne nel periodo perinatale, dopo che è emerso che Clancy soffriva di depressione post-partum, peggiorata, secondo la difesa, al punto da diventare psicosi.
Ora, a distanza di una settimana dall’annullamento – in attesa di capire se ci sarà un nuovo processo -, tre membri della giuria hanno raccontato a un’emittente televisiva di Boston, la «montagna russa emotiva» che è stata la deliberazione, fatta di «pianti, litigi e urla». Hanno anche raccontato che i documenti per l’assoluzione erano quasi pronti, quando l’unico giurato in dubbio (su 12 totali) ha fermato le pratiche dichiarando di non essere disposto




