
Lo spettatore non cerca un talk per informarsi e capire ma piuttosto uno che lo rafforzi nelle sue idee
In settimana si può scegliere tra molti talk show: «Otto e mezzo» di Lilli Gruber, «diMartedì» di Giovanni Floris e «Piazzapulita» di Corrado Formigli su La7; «10 minuti» di Nicola Porro, «4 di sera» e «Dritto e rovescio» di Paolo Del Debbio, «È sempre Cartabianca» di Bianca Berlinguer, «Realpolitik» di Tommaso Labate su Rete4; «Farwest» di Salvo Sottile su Rai3; «Porta a porta» di Bruno a Vespa su Rai1. In questo periodo, la scelta dipende molto dal referendum e dal suo significato politico.
Lo spettatore non cerca un talk per informarsi e capire ma piuttosto uno che lo rafforzi nelle sue idee. Gli ospiti contano poco, sono sempre gli stessi.Un talk esiste e funziona soprattutto grazie alla personalità, allo stile e alla credibilità di chi lo conduce perché è un esercizio di improvvisazione meticolosamente pianificato. Il conduttore è la vera «impronta narrativa» del programma perché stabilisce il tono del dibattito (serio, ironico, polemico), decide il ritmo della conversazione, costruisce il rapporto con ospiti e pubblico e, infine, porta con sé lo stigma della propria reputazione professionale. Per esempio, il dialogo diretto




