
di Tommaso Labate
L’«anno di sottrazione» e la «giustizia come clava» pensando al figlio
«Italiani, siete in ferie con la social card, eh? Due parole inglesi per prendervi per il c..o in italiano», irrideva nel messaggio di fine anno edizione 2009, malignando contro la carta acquisti predisposta dal governo Berlusconi tra le misure anticrisi. La sera di San Silvestro del 2012, qualche settimana prima che vagonate di eletti grillini varcassero per la prima volta gli ingressi di Montecitorio e Palazzo Madama, era euforico: «Sarà speciale, sarà micidiale, sarà un anno indimenticabile. L’importante è esserci per cambiare l’Italia».
Altri dodici mesi e sarebbe arrivato il turno della pacatezza suggeritagli dalla macchina della comunicazione del Movimento prima delle Europee. Pacatezza nei toni («Non ho detto neanche una parolaccia»), perché nella sostanza c’era nientemeno che l’ipotesi di un referendum sull’euro, «non è un tabù», «gli italiani dovranno decidere se adottarlo o meno», «il futuro può essere bellissimo ma dipende soprattutto da voi», «in alto i cuori, vinceremo noi».
Ecco, quel Beppe Grillo non esiste più. E il messaggio di fine anno che segna il suo passaggio dal 2025 al 2026 è la negazione in termini del futuro bellissimo,




