Una strofa di quattro versi circola negli ambienti che contano di Washington, Londra e Ottawa, come una specie di sortilegio: «Oh, e un’altra cosa: / non vi piacerà / quello che verrà dopo / l’America». L’aveva riscoperta e rilanciata per primo Timothy Garton Ash in una newsletter sul disordine mondiale in arrivo. L’ha ripresa un economista belga, Johan Van Overtveldt, per interrogarsi su cosa resterà dell’ordine liberale occidentale. E l’ha usata di recente Chrystia Freeland, intellettuale progressista nonché ex vicepremier canadese, sul New York Times, per chiudere un atto d’accusa contro Donald Trump.
I versi sono di Leonard Cohen, e sono la chiusa di una poesia che il cantautore canadese scrisse ai tempi dell’invasione dell’Iraq, quando milioni di persone manifestavano in tutto il mondo per fermare una guerra che nessuna piazza, in effetti, fermò. È rimasta per anni sepolta nei suoi taccuini, per riemergere solo nel 2018, due anni dopo la sua morte, nella raccolta postuma «The Flame».
(Ve la riproduco per intero in fondo a questo articolo e nell’originale inglese, nelle traduzioni dei poeti si perde sempre qualcosa).
Chi la cita oggi la usa come una profezia sul tramonto americano: Cohen l’oracolo, Cohen il veggente che vent’anni fa aveva




