
Le due ex campionesse statunitensi ancora in campo in doppio: per loro, come per altri, la vittoria non è la parte più importante dello sport
Siccome in Giappone vige un colossale rispetto verso i sensei (letteralmente “coloro che sono nati prima”), a pochi giorni dal cinquantesimo compleanno porgono al festeggiato una domanda curiosa ma rivestita del massimo tatto: “Ma perché giochi ancora?”. E l’uomo che non vede l’ora di spegnere le candeline, al secolo Kazuyoshi Miura, risponde puntuale: “L’età è solo un fatto numerico, non cambia granché. È normale perdere qualcosa col passare del tempo, ma devo solo presentarmi in condizioni decenti e seguire la squadra”. Due condizioni mai scontate nemmeno a diciotto anni, figurarsi quando si lotta ogni giorno per non dover allargare il buco alla cintura. Eppure nello sport è così: il principio per cui amare significa lasciare andare svanisce nel tempo di un controllo di palla. O di uno smash vincente, nel caso di Venus e Serena Williams: novant’anni in due, eppure eccole ancora in campo, nel torneo di doppio a Cincinnati. Per lo sportivo amare significa rimanere. Anche a costo di giocare poco e perdere spesso.



