di Daniele Manca
Gli stipendi nel nostro Paese non recuperano potere d’acquisto da oltre vent’anni. SI tratta di un tema di politiche aziendali, ma anche le università devono adeguarsi ai tempi
Agli inizi degli anni Sessanta gli iscritti all’università in Italia superarono quota 300 mila. Lo scorso anno abbiamo oltrepassato la soglia dei due milioni. Oggi quasi un giovane su 4 (tra i 18 e i 30 anni) è iscritto all’università contro circa uno su 40 nel 1960. Passi in avanti notevoli. Anche se in parte dovuti alla demografia, perché quella fascia di età si è ridotta di quasi il 20%. Tra i 25 e i 34 anni, l’Italia registra però un ritardo notevole in termini di percentuale di laureati. Secondo i dati Istat siamo a poco meno del 32%. La media europea è quasi al 45% e siamo penultimi, battuti solo dalla Romania. Non aiuta la scarsa considerazione che i laureati hanno nel nostro Paese. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha autorevolmente sottolineato lo scorso gennaio come i giovani laureati italiani soffrano di un gap salariale nei confronti dei loro colleghi europei. Rispetto alla Germania il gap arriva addirittura all’80%.
Esiste sicuramente una questione italiana




