
di Emanuele Trevi
Trent’anni fa, sul palco di Sanremo, Bruce Springsteen diede vita a un’esibizione che fece storia: con un «protocollo» rigoroso, rispettato dallo staff di Baudo, cantò «The Ghost of Tom Joad», ispirata al romanzo di Steinbeck, «Furore». La kermesse canora si trasformò allora in un happening che fece presa anche sugli intellettuali
So bene che può essere un sentimento imputabile alla nostalgia, al fisiologico pessimismo dell’invecchiare, ma se penso al 20 febbraio del 1996, data di apertura del quarantaseiesimo Festival di Sanremo, e all’apparizione di Bruce Springsteen sul palco dell’Ariston, il primo sentimento che provo è quello dell’abissale distanza del mondo di oggi da quello che allora poteva ancora sembrare un mondo pieno di possibilità.
Non intendo affatto mitizzare un momento storico che non era certo privo di motivi di angoscia e sinistri presagi, come tutti i momenti storici: risaliva a poche settimane prima l’attentato che uccise Yitzhak Rabin; le macerie di Sarajevo erano ancora letteralmente fumanti; al termine di un altro lunghissimo assedio i talebani si impadronivano di Kabul… Ma le notizie che si accavallavano non sembravano ancora comporre un unico, lugubre mosaico di menzogna e prepotenza. Né giovane né vecchio, ma già nel numero




