C’è una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali — tra missili, droni e petroliere — e ce n’è un’altra che si combatte nelle redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati.nei titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati. La seconda è già stata persa dagli Stati Uniti, si direbbe. Il tono dei notiziari è dominato dal pessimismo. Da una parte ci si può rallegrare: l’ultima volta che i media americani appoggiarono acriticamente un guerra fu nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e rimediarono delle figuracce storiche: il New York Times spacciò per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Oggi però viviamo la situazione rovesciata, in cui l’America e Israele sembrano collezionare solo disastri, e non è detto che questo ci aiuti a capire. Di sicuro, se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha già optato per la propria sconfitta.
Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti
Un commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una parte




