
di Guido Olimpio
L’appello ai civili nel Golfo che riprende le tattiche care al «veterano» della presa di ostaggi all’ambasciata Usa: diteci dove alloggia il personale Usa
Washington fa trapelare sui media possibili piani d’attacco terrestri, Teheran si adegua promettendo risposte. Un alto ufficiale ha alluso all’impiego di presunte «armi segrete», un secondo ha risvegliato i fantasmi: la cattura di soldati trasformati in ostaggi.
Gli iraniani, nel caso in cui le forze americane mettano gli scarponi sulle isole nello Stretto di Hormuz, a Kharg o in qualche sito nucleare, cercheranno di fare dei prigionieri per umiliare Trump.
Il messaggio riprende una mossa auspicata da Mohsen Rezai, una delle vecchie volpi ancora in vita dell’era khomeinista. La presa di ostaggi è un suo pallino perché è convinto che possa creare difficoltà agli Usa ma è anche utile sul piano della propaganda. E se si guarda alla carriera del personaggio è facile comprenderne il motivo. Ha partecipato alla nascita della Repubblica islamica e ha vissuto l’epoca della presa d’ostaggi nell’ambasciata Usa.
Membro dei mujaheddin islamici, poi parte della sicurezza di Khomeini, è passato alla guida dell’intelligence dei pasdaran dal 1979 all’81. La successiva promozione lo ha portato




