
di Francesco Verdereami
La leader del Pd ha bollato come «inaccettabile» la nuova legge elettorale, ma potrebbe trarne vantaggio. Ecco perché
La prima volta di Elly Schlein sarebbe la prima volta del Pd, e lei stessa lo dice: «Sarebbe la prima volta che il Pd andrebbe al governo dopo aver vinto le elezioni». Da tempo coltivava questo pensiero inconfessabile: la neofita che entra a palazzo Chigi con un mandato popolare, che riesce laddove per vent’anni i professionisti della politica suoi predecessori hanno fallito. E ora che un cauto ottimismo sulla vittoria del No al referendum fa pendant con i sondaggi, la segretaria dem inizia a credere nella profezia del capogruppo Francesco Boccia: «Il 22 marzo sarà il giorno della nostra Champions». La chiave per aprire le porte del governo.
Così Schlein, dopo aver a lungo tentennato, si è gettata a capofitto nella campagna referendaria. E come nelle arti marziali sta sfruttando anche la forza altrui: quella dei magistrati che si sono fatti partito contro la riforma; quella di Maurizio Landini che ha mobilitato la Cgil; e quella di chi magari non vota per il Pd ma vuole votare contro Giorgia Meloni. La leader dem si ritrova al suo




