
di Paolo Mereghetti
Un 12enne ebreo, nascosto in un bordello nel 1942, stringe un legame con una prostituta ucraina. Con Mélanie Thierry e Artem Kyryk, il nuovo film di Emmanuel Finkiel
Gli occhi di un bambino sono spesso stati usati al cinema per farci vedere la realtà da un diverso punto di vista, capaci di mostrare quello che è nascosto o di mettere a fuoco quello che è confuso (un esempio magistrale lo si vedrà a marzo, con L’isola dei ricordi di Fatih Akin).
Con La Stanza di Mariana quello sguardo infantile è come se si moltiplicasse, perché la regia di Emmanuel Finkiel dà forma sullo schermo anche ai «fantasmi» che agitano la memoria del piccolo protagonista del film e che si intrecciano a quello che vede e ci fa vedere, in un gioco di rimandi che dilata e ingigantisce il senso del film.
Il dodicenne al centro della trama si chiama Hugo (Artem Kyryk) e nell’Ucraina occupata dai nazisti lo vediamo letteralmente uscire dal buio insieme alla madre (Julia Goldberg) che ha usato le fogne per portare il figlio da Mariana (Mélanie Thierry), una giovane prostituta che può nasconderlo nella casa d’appuntamenti dove lavora




