
di Paolo Mereghetti
Tre anni dopo la morte del figlio Hamnet, Shakespeare scrisse la sua opera più famosa, «Amleto», portando in scena anche il suo strazio di padre. Come racconta il film della regista premio Oscar Chloé Zhao
Se dovessi azzardare una scommessa sull’Oscar per il miglior film (sfidando il sarcasmo di chi non aspetta altro che i critici sbaglino), punterei su Hamnet di Chloé Zhao.
Non perché lo consideri il più bello (Sentimental Value lo è molto di più. E anche Una battaglia dopo l’altra o L’agente segreto) ma perché dei film in gara mi sembra quello che più gratifichi lo spettatore, che lo faccia alzare dalla poltrona del cinema più soddisfatto, perché sa chiudere in maniera elegante e insieme appagante un percorso di conoscenza e di equilibrio che abbraccia Natura, Femminilità e Arte.
Il cuore pulsante del film, tratto dal romanzo Nel nome del figlio di Maggie O’Farrell (in Italia tradotto da Guanda) è Agnes (Jessie Buckley) che nella primissima scena vediamo come se sorgesse dalla terra, liberandosi dall’«abbraccio» delle radici di un albero, dove non capisci se si senta imprigionata o protetta.
Per aspettare subito dopo che un falco scenda dal cielo



