
di Serena Palumbo
L’università irlandese Maynhoot ha certificato che il disturbo da lutto persistente scatta anche per la perdita di un quattro zampe. Ecco perché i governi dovrebbero tenerne conto nelle loro politiche di assistenza alle persone
Chi, almeno una volta nella vita, ha dovuto dire addio a un animale di casa sa il dolore che ne consegue. Il vuoto incolmabile che lascia. Una sofferenza intensa e prolungata, che però non sempre viene capita. E anzi, talvolta viene sminuita o – addirittura – declassata. Come se l’affetto provato per un cane, un gatto o qualsiasi altro animale d’affezione valesse meno. E così anche la sua perdita.
Eppure, al pari della scomparsa di persone care, anche quella degli amici a quattro zampe può generare nei loro compagni umani il disturbo da lutto persistente complicato (o comunemente detto «lutto prolungato»). Una condizione clinica che, in psicologia e psichiatria, é riconosciuta solo in relazione alla morte di persone, ma che nel percepito di tantissimi si innesca anche dopo la perdita di un peloso.
A dirlo è uno studio scientifico, condotto dalla Maynooth University di Kildare, in Irlanda, e pubblicato dalla rivista PlosOne. La ricerca, guidata dallo studioso




