
di Cesare Zapperi
Nel 2012 Bossi venne disarcionato da chi lo idolatrava. Solo Maroni lo difese: «Non si merita quel che è successo». Con Salvini il feeling, se mai c’è stato, è durato poco. E la distanza è andata allargandosi anno dopo anno
La «seconda» vita di Umberto Bossi inizia dopo la malattia, dal 2005 in poi. Tanto la prima è stata avventurosa, irruente e travolgente, quanto gli ultimi quindici anni sono stati pieni di amarezze, dolori, delusioni. Perché la sua creatura, quella Lega che fondò a Varese nel 1984 con la moglie Manuela e altri tre pionieri, ad un certo punto, come quei cavalli che avvertono l’allentarsi delle briglie, si imbizzarrì e lo disarcionò, fino a quasi disconoscerlo.
Il crepuscolo del guerriero padano è stato triste. Ormai la sua villetta liberty di Gemonio era stata trasformata in una sorta di santuario in cui recarsi, di tanto in tanto, alla ricerca della benedizione del vecchio Capo. Perché anche fuori dai giochi, accudito solo dalla sua famiglia e con il conforto di pochissimi amici ammessi a trovarlo, lui era comunque il simbolo della Lega. E nessuno poteva dimenticarselo, fosse anche solo per una photo opportunity.
Certo




