
di Paolo Mereghetti
Alina Marazzi apre la sezione orizzonti con «La ragazza con la Leica», riflessione lucida ed emozionante sulla fotoreporter Gerda Taro
Aperto e chiuso da una riflessione sulla memoria «che è sempre una forma di immaginazione» La ragazza con la Leica, che Alina Marazzi ha adattato (con Valia Santella) dall’omonimo romanzo di Helena Janeczek (Guanda) mescola i piani temporali per restituirci una riflessione lucida ed emozionante sulla fotografa Gerda Taro, sul dovere dell’impegno e sulla libertà femminile.
La protagonista (un’ottima Emilia Schüle) è stata la prima fotoreporter uccisa sul campo di battaglia (a 26 anni, durante la Guerra di Spagna), compagna di Robert Capa (Aaron Altaras) ma non solo, e soprattutto indefessa sostenitrice dell’impegno antifascista.
Questa parte biografica (il film inizia nel ’37 a Parigi per tornare nel ’32 in Germania, da dove fuggì, poi a Madrid e ancora a Parigi) si intreccia con la riflessione sul valore della fotografia come testimonianza, per usare poi il suo bisogno di indipendenza, sia come artista (all’inizio firma le foto a quattro mani: Capa-Taro) che come donna (rivendicando il proprio diritto a piacere) per offrirci una «lezione» di libertà femminile e femminista.
Senza dimenticare di essere parte




