di Federico Fubini
È tragico, ma l’Iran ha assimilato l’ultima ondata di trasformazione tecnologica della guerra che arriva da posti come Kharkiv più degli Stati Uniti
Ho preso la foto qui sopra a Kharkiv, Ucraina nord-orientale, quattro giorni fa. Una ballerina si inchina nel gelo verso la facciata del teatro dell’Opera, l’ultima cosa che l’Unione sovietica ha costruito in città prima di disintegrarsi. Alle spalle della ballerina due palazzi sono stati colpiti brutalmente dal governo legittimo erede dell’Urss e restano in piedi a stento, sventrati. Se per questo, la ballerina è l’unica statua in città a rimanere libera. Le altre sono imprigionate da impalcature, quindi coperte di sacchi di sabbia, da un isolante e infine avvolte in un telo nero. Resistono, informi, sotto quattro strati. Sembrano monumenti alla censura, alla soppressione; invece sono il solo modo di custodire i simboli dell’identità di un popolo dopo quattro anni di bombardamenti.
L’autostrada per la Crimea, il viaggio nei luoghi della guerra
Sono arrivato fino a Kharkiv da Kiev e poi ho viaggiato in auto verso l’oblast di Dnipropetrovsk, nelle retrovie del fronte. Si percorre l’autostrada che in epoca sovietica portava le famiglie della nomenklatura di Mosca in vacanza verso




