Quattro anni di guerra sono di per sé una catastrofe per Putin: un bilancio di perdite umane tremendo anche sul lato russo, un costo economico immane, in cambio di un guadagno territoriale modestissimo. I propagandisti putiniani che in Occidente lo hanno sempre descritto come onnipotente e onnisciente, vivono dentro la sua «bolla» di menzogne, a cui molti russi hanno smesso di credere da tempo. La verità è che Putin ha paura di un accordo di pace – o di una semplice tregua – perché la fine della mobilitazione bellica lo metterebbe di fronte al proprio fallimento geopolitico: ha regalato alla Nato la Svezia e la Finlandia, ha innescato il riarmo di quella Germania che per due volte invase la Russia nel Novecento, ha perso influenti alleati dalla Siria al Venezuela, in cambio di cosa? L’Ucraina rischia di diventare il suo Vietnam o il suo Afghanistan: le due guerre in cui s’impantanarono l’America negli anni Sessanta e l’Unione sovietica negli anni Ottanta, pagandone dei prezzi altissimi anche sul piano strategico, o addirittura accelerando la propria dissoluzione interna nel caso dell’Urss.
La delusione più grande per lui è venuta da Trump. Il vertice in Alaska gli ha dato un contentino sul piano




